La piccola tavola con Cristo morto e la cosiddetta Santa Chiara proviene dal convento di Urbino dedicato alla santa omonima, luogo caro ai Montefeltro e ai Della Rovere, ed entrò a far parte delle collezioni dell’Istituto di Belle Arti delle Marche probabilmente già prima del 1896, quando venne segnalata nelle raccolte museali.

Fu attribuita a Giovanni Santi già da Cavalcaselle nel 1861 e la tesi è stata accettata dalla maggior parte della critica.

Il dipinto rappresenta la figura di Cristo in piedi come Vir dolorum, più volte replicata da Giovanni Santi, con la testa lievemente reclinata verso destra e il volto colto come durante un sonno sereno. L’occhio del pittore indaga con la “consueta sottigliezza nordica” ogni particolare:  un’attenzione speciale è data alla luce che, proveniente da sinistra e permeando tutte le superfici, si diffonde sui singoli fili della barba e dei lunghi capelli.

Abbraccia e sostiene il Cristo morto una figura femminile, che accosta con un’espressione di dolente mestizia il proprio volto a quello di Gesù. Il manto scuro, cui sottostà un ulteriore velo chiaro e il soggolo che nasconde il collo, è stato interpretato come abito monacale: nella figura è stato proposto di riconoscere sia la Vergine Maria sia Santa Chiara, data la provenienza dell’opera dal convento urbinate a lei dedicato.

La tavola potrebbe alludere all’entrata in convento di Elisabetta, figlia di Federico da Montefeltro e vedova di Roberto Malatesta dal 1482, anche se non si può scartare l’identificazione della donna con Maria, per la vicinanza “fisica” dei due personaggi, maggiormente consona al rapporto madre-figlio rispetto a quello di Cristo con una santa.

Inoltre, una consolidata tradizione iconografica di questo tipo, presente in alcuni prototipi veneti e fiamminghi, cui può aver guardato Giovanni Santi, potrebbe suggerire una soluzione del genere, come nel Cristo morto sorretto da Maria e Giovanni di Giovanni Bellini (1465-70, Milano, Pinacoteca di Brera), nei modelli “ben caratterizzati” di Hans Memling o di altri artisti nordici, cui potrebbe rimandare la rassegnata dolcezza della dolente immagine di Cristo.

Per quanto riguarda la datazione, la critica colloca l’opera nella seconda metà del nono decennio per un “influsso peruginesco”, derivante da modelli dell’artista della fine degli anni Ottanta, successivamente quindi ai primi esemplari di Cristo come uomo dei dolori dipinti dal Santi a partire dalla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta del secolo.

Infine, Ranieri Varese sottolinea che le grandi mani dei personaggi sono un’aggiunta posteriore.

Autore: Giovanni Santi
Data realizzazione: 1485-1490 ca.
Luogo di conservazione: Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
Luogo di provenienza: Dal convento di Santa Chiara di Urbino
COD INV: D63
Dimensioni: 54 x 41 cm
Tecnica: Tavola

Autore: Giovanni Santi
Data realizzazione: 1485-1490 ca.
Luogo di conservazione: Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
Luogo di provenienza: Dal convento di Santa Chiara di Urbino
COD INV: D63
Dimensioni: 54 x 41 cm
Tecnica: Tavola


La piccola tavola con Cristo morto e la cosiddetta Santa Chiara proviene dal convento di Urbino dedicato alla santa omonima, luogo caro ai Montefeltro e ai Della Rovere, ed entrò a far parte delle collezioni dell’Istituto di Belle Arti delle Marche probabilmente già prima del 1896, quando venne segnalata nelle raccolte museali.

Fu attribuita a Giovanni Santi già da Cavalcaselle nel 1861 e la tesi è stata accettata dalla maggior parte della critica.

Il dipinto rappresenta la figura di Cristo in piedi come Vir dolorum, più volte replicata da Giovanni Santi, con la testa lievemente reclinata verso destra e il volto colto come durante un sonno sereno. L’occhio del pittore indaga con la “consueta sottigliezza nordica” ogni particolare:  un’attenzione speciale è data alla luce che, proveniente da sinistra e permeando tutte le superfici, si diffonde sui singoli fili della barba e dei lunghi capelli.

Abbraccia e sostiene il Cristo morto una figura femminile, che accosta con un’espressione di dolente mestizia il proprio volto a quello di Gesù. Il manto scuro, cui sottostà un ulteriore velo chiaro e il soggolo che nasconde il collo, è stato interpretato come abito monacale: nella figura è stato proposto di riconoscere sia la Vergine Maria sia Santa Chiara, data la provenienza dell’opera dal convento urbinate a lei dedicato.

La tavola potrebbe alludere all’entrata in convento di Elisabetta, figlia di Federico da Montefeltro e vedova di Roberto Malatesta dal 1482, anche se non si può scartare l’identificazione della donna con Maria, per la vicinanza “fisica” dei due personaggi, maggiormente consona al rapporto madre-figlio rispetto a quello di Cristo con una santa.

Inoltre, una consolidata tradizione iconografica di questo tipo, presente in alcuni prototipi veneti e fiamminghi, cui può aver guardato Giovanni Santi, potrebbe suggerire una soluzione del genere, come nel Cristo morto sorretto da Maria e Giovanni di Giovanni Bellini (1465-70, Milano, Pinacoteca di Brera), nei modelli “ben caratterizzati” di Hans Memling o di altri artisti nordici, cui potrebbe rimandare la rassegnata dolcezza della dolente immagine di Cristo.

Per quanto riguarda la datazione, la critica colloca l’opera nella seconda metà del nono decennio per un “influsso peruginesco”, derivante da modelli dell’artista della fine degli anni Ottanta, successivamente quindi ai primi esemplari di Cristo come uomo dei dolori dipinti dal Santi a partire dalla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta del secolo.

Infine, Ranieri Varese sottolinea che le grandi mani dei personaggi sono un’aggiunta posteriore.