Il trittico, dapprima nella collezione Corsini di Firenze, passa nel 1926 in quella della baronessa Giuliana Ricasoli, per confluire nel 1963 nella raccolta Cini. Nel 1987 lo Stato italiano, su segnalazione della Soprintendenza di Urbino, lo acquista per la Galleria Nazionale delle Marche dalla contessa Ylda Guglielmi Cini di Roma. Le tre tavole pervengono nel museo urbinate malamente amputate delle cuspidi terminali, inserite in una cornice rettangolare, a mo’ di pala orizzontale, e attorniate da un velluto verde scuro.

Non si hanno notizie sulla collocazione originaria dell’opera, anche se la presenza dei Santi Benedetto e Romualdo può far avanzare l’ipotesi che sia stata dipinta per un monastero o una comunità  camaldolese.

Richard Offner nel 1947 assegna il dipinto a un seguace del pittore denominato dallo stesso critico “Maestro della pala d’altare di Fabriano”, in riferimento alla tavola con Sant’Antonio abate e devoti, datata 1353, oggi nella Pinacoteca civica di Fabriano, già nella chiesa di Sant’Antonio Abate fuori Porta Pisana della stessa città. Nel 1959 il “Maestro della pala d’altare di Fabriano” viene identificato da Roberto Longhi con Puccio di Simone e nel 1975 Richard Fremantle restituisce a quest’ultimo anche il trittico della Galleria urbinate.

L’artista, attivo a Firenze, formatosi nella bottega di Bernardo Daddi, si trasferisce nelle Marche al seguito di Allegretto Nuzi poco dopo il 1350, soggiornandovi molto probabilmente fino al 1357. Oltre a dipingere la tavola del 1353, a Fabriano lascia anche il trittico, ora alla National Gallery of Art di Washington, raffigurante la Madonna con il Bambino in trono e santi, datato 1354, eseguito in collaborazione con Allegretto. Nelle opere fabrianesi il linguaggio di Puccio si evolve in una direzione decisamente più gotica, le figure si fanno più sottili e slanciate, i contrasti di luci e ombre si attenuano, le pieghe degli abiti si modulano delicatamente, raccogliendosi in soffici anse, e molta più attenzione è riservata alla realizzazione dei motivi decorativi.

Nell’opera di Urbino, sicuramente realizzata dopo il periodo marchigiano, Puccio dimostra di essere aggiornato sul linguaggio fiorentino degli ultimi anni ’50 del ‘300, in particolare quello dei fratelli Nardo di Cione e Andrea Orcagna. Dal Polittico Strozzi di quest’ultimo, infatti, nell’omonima cappella in Santa Maria Novella a Firenze, datato 1357, Puccio deriva il ritmo cadenzato delle coppie di Santi raffigurati negli scomparti laterali del trittico. L’artista, come nelle altre opere del suo ultimo periodo, realizza figure delineate da curve continue e annulla ogni profondità, agendo nelle sole dimensioni dell’altezza e della larghezza. Questo è molto evidente nel pannello centrale, dove la Vergine e il Bambino si distinguono solo cromaticamente dalla fantasia geometrico-floreale della stoffa sul fondo, anch’essa protagonista assieme allo scintillio dell’oro e dei colori smaltati.

Autore: Puccio di Simone
Data realizzazione: 1357-1360 ca.
Luogo di conservazione: Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
COD INV: D 22
Dimensioni: 108 × 56 cm (pannello centrale), 97 × 47 cm (pannelli laterali)
Tecnica: Tavola

Autore: Puccio di Simone
Data realizzazione: 1357-1360 ca.
Luogo di conservazione: Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
COD INV: D 22
Dimensioni: 108 × 56 cm (pannello centrale), 97 × 47 cm (pannelli laterali)
Tecnica: Tavola


Il trittico, dapprima nella collezione Corsini di Firenze, passa nel 1926 in quella della baronessa Giuliana Ricasoli, per confluire nel 1963 nella raccolta Cini. Nel 1987 lo Stato italiano, su segnalazione della Soprintendenza di Urbino, lo acquista per la Galleria Nazionale delle Marche dalla contessa Ylda Guglielmi Cini di Roma. Le tre tavole pervengono nel museo urbinate malamente amputate delle cuspidi terminali, inserite in una cornice rettangolare, a mo’ di pala orizzontale, e attorniate da un velluto verde scuro.

Non si hanno notizie sulla collocazione originaria dell’opera, anche se la presenza dei Santi Benedetto e Romualdo può far avanzare l’ipotesi che sia stata dipinta per un monastero o una comunità  camaldolese.

Richard Offner nel 1947 assegna il dipinto a un seguace del pittore denominato dallo stesso critico “Maestro della pala d’altare di Fabriano”, in riferimento alla tavola con Sant’Antonio abate e devoti, datata 1353, oggi nella Pinacoteca civica di Fabriano, già nella chiesa di Sant’Antonio Abate fuori Porta Pisana della stessa città. Nel 1959 il “Maestro della pala d’altare di Fabriano” viene identificato da Roberto Longhi con Puccio di Simone e nel 1975 Richard Fremantle restituisce a quest’ultimo anche il trittico della Galleria urbinate.

L’artista, attivo a Firenze, formatosi nella bottega di Bernardo Daddi, si trasferisce nelle Marche al seguito di Allegretto Nuzi poco dopo il 1350, soggiornandovi molto probabilmente fino al 1357. Oltre a dipingere la tavola del 1353, a Fabriano lascia anche il trittico, ora alla National Gallery of Art di Washington, raffigurante la Madonna con il Bambino in trono e santi, datato 1354, eseguito in collaborazione con Allegretto. Nelle opere fabrianesi il linguaggio di Puccio si evolve in una direzione decisamente più gotica, le figure si fanno più sottili e slanciate, i contrasti di luci e ombre si attenuano, le pieghe degli abiti si modulano delicatamente, raccogliendosi in soffici anse, e molta più attenzione è riservata alla realizzazione dei motivi decorativi.

Nell’opera di Urbino, sicuramente realizzata dopo il periodo marchigiano, Puccio dimostra di essere aggiornato sul linguaggio fiorentino degli ultimi anni ’50 del ‘300, in particolare quello dei fratelli Nardo di Cione e Andrea Orcagna. Dal Polittico Strozzi di quest’ultimo, infatti, nell’omonima cappella in Santa Maria Novella a Firenze, datato 1357, Puccio deriva il ritmo cadenzato delle coppie di Santi raffigurati negli scomparti laterali del trittico. L’artista, come nelle altre opere del suo ultimo periodo, realizza figure delineate da curve continue e annulla ogni profondità, agendo nelle sole dimensioni dell’altezza e della larghezza. Questo è molto evidente nel pannello centrale, dove la Vergine e il Bambino si distinguono solo cromaticamente dalla fantasia geometrico-floreale della stoffa sul fondo, anch’essa protagonista assieme allo scintillio dell’oro e dei colori smaltati.