La tavola raffigura una fanciulla dall’aspetto regale, immersa in un paesaggio con una veduta collinare e una marina, rara per il Santi, dalle lontane imbarcazioni. Il personaggio viene genericamente indicato come una Santa regina martire per i pochi ma espliciti attributi che presenta: la palma del martirio, l’ampolla contenente il sangue e la corona.

L’opera, appartenente dapprima a un privato, è stata acquistata nel 1882 dall’Istituto di Belle Arti delle Marche per la somma di 500 lire, passando nelle raccolte della Galleria Nazionale delle Marche al momento della sua istituzione (1912).

Egidio Calzini (1897) la riferisce a Giovanni Santi, Adolfo Venturi (1913) la considera un’opera giovanile di Raffaello, mentre Bernard Berenson (1936) l’attribuisce a Evangelista da Pian di Meleto. Successivamente la critica ritorna ad assegnarla al padre di Raffaello.

Dal 1970 parte della critica riconosce nella ragazza santa Margherita d’Antiochia, anche per i fiori sul prato creduti, in un primo momento, margherite. Lo studio sulla vegetazione raffigurata dal Santi, pubblicato nel 1999 da Filippo Piccoli, che identifica i fiori con delle primule, ha portato Ranieri Varese (2004) a cambiare interpretazione. La primula, infatti, è il primo fiore che sboccia in primavera, “ha significato beneaugurante e indica il rinnovarsi della natura, in contrapposizione all’albero secco che sta sullo sfondo”. Varese argomenta che il dipinto potrebbe essere stato commissionato “con funzione augurale” per essere destinato alla stanza di una fanciulla che si affacciava alla vita e, “con qualche esitazione”, propone di identificare la martire con “sant’Orsola: figlia di re; avviata al matrimonio; legata a un viaggio per mare; martirizzata giovinetta”.

L’opera, un manufatto di devozione privata, dall’iconografia e dai significati non immediatamente percepibili ai più, presenta pochi attributi che solitamente caratterizzano sant’Orsola, ricordata per la sua bellezza, vestita con abiti regali, protettrice di ragazze e scolare: la corona, la palma del martirio, un’imbarcazione, anche se nel dipinto ne compaiono diverse. Non sono presenti il vessillo con croce rossa su fondo bianco, segno di vittoria sulla morte, la miriade di vergini che trovano protezione sotto il suo manto e la freccia, l’attributo più importante. Sempre “con qualche esitazione” si può avvalorare la tesi di Varese, se si pone attenzione anche alla vegetazione urticante in primo piano, la stessa ortica, che potrebbe simbolicamente prefigurare, proprio per le punture che rilascia, la freccia con cui è stata martirizzata la santa per mano di Attila.

La ragazza, senz’altro una delle figure più raffinate del Santi, è stata avvicinata a personaggi dello stesso artista quali la musa Clio della Galleria Corsini di Firenze, o alla gemella di quest’ultima, l’ancella sullo sfondo della Visitazione di Fano, o ancora all’arcangelo Raffaele nella tela con Tobiolo della Galleria urbinate o al San Giovanni Battista della Pala di Gradara. Ma si relaziona ancora meglio, nella posa, nei panneggi e nel volto, con figure del Santi più peruginesche, quelle presenti nell’affresco della Cappella Tiranni della chiesa di San Domenico a Cagli (Bernardini 2018), che si possono datare, prendendo per buona l’interpretazione di Cecilia Prete (2018), ai primissimi anni ’90 del ‘400. Cronologia valida anche per il dipinto in esame.

Autore: Giovanni Santi
Data realizzazione: primi anni ’90 del XV secolo
Luogo di conservazione: Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
Luogo di provenienza: Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
COD INV: D65
Dimensioni: 48 x 37 cm
Tecnica: Tavola

Autore: Giovanni Santi
Data realizzazione: primi anni ’90 del XV secolo
Luogo di conservazione: Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
Luogo di provenienza: Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
COD INV: D65
Dimensioni: 48 x 37 cm
Tecnica: Tavola


La tavola raffigura una fanciulla dall’aspetto regale, immersa in un paesaggio con una veduta collinare e una marina, rara per il Santi, dalle lontane imbarcazioni. Il personaggio viene genericamente indicato come una Santa regina martire per i pochi ma espliciti attributi che presenta: la palma del martirio, l’ampolla contenente il sangue e la corona.

L’opera, appartenente dapprima a un privato, è stata acquistata nel 1882 dall’Istituto di Belle Arti delle Marche per la somma di 500 lire, passando nelle raccolte della Galleria Nazionale delle Marche al momento della sua istituzione (1912).

Egidio Calzini (1897) la riferisce a Giovanni Santi, Adolfo Venturi (1913) la considera un’opera giovanile di Raffaello, mentre Bernard Berenson (1936) l’attribuisce a Evangelista da Pian di Meleto. Successivamente la critica ritorna ad assegnarla al padre di Raffaello.

Dal 1970 parte della critica riconosce nella ragazza santa Margherita d’Antiochia, anche per i fiori sul prato creduti, in un primo momento, margherite. Lo studio sulla vegetazione raffigurata dal Santi, pubblicato nel 1999 da Filippo Piccoli, che identifica i fiori con delle primule, ha portato Ranieri Varese (2004) a cambiare interpretazione. La primula, infatti, è il primo fiore che sboccia in primavera, “ha significato beneaugurante e indica il rinnovarsi della natura, in contrapposizione all’albero secco che sta sullo sfondo”. Varese argomenta che il dipinto potrebbe essere stato commissionato “con funzione augurale” per essere destinato alla stanza di una fanciulla che si affacciava alla vita e, “con qualche esitazione”, propone di identificare la martire con “sant’Orsola: figlia di re; avviata al matrimonio; legata a un viaggio per mare; martirizzata giovinetta”.

L’opera, un manufatto di devozione privata, dall’iconografia e dai significati non immediatamente percepibili ai più, presenta pochi attributi che solitamente caratterizzano sant’Orsola, ricordata per la sua bellezza, vestita con abiti regali, protettrice di ragazze e scolare: la corona, la palma del martirio, un’imbarcazione, anche se nel dipinto ne compaiono diverse. Non sono presenti il vessillo con croce rossa su fondo bianco, segno di vittoria sulla morte, la miriade di vergini che trovano protezione sotto il suo manto e la freccia, l’attributo più importante. Sempre “con qualche esitazione” si può avvalorare la tesi di Varese, se si pone attenzione anche alla vegetazione urticante in primo piano, la stessa ortica, che potrebbe simbolicamente prefigurare, proprio per le punture che rilascia, la freccia con cui è stata martirizzata la santa per mano di Attila.

La ragazza, senz’altro una delle figure più raffinate del Santi, è stata avvicinata a personaggi dello stesso artista quali la musa Clio della Galleria Corsini di Firenze, o alla gemella di quest’ultima, l’ancella sullo sfondo della Visitazione di Fano, o ancora all’arcangelo Raffaele nella tela con Tobiolo della Galleria urbinate o al San Giovanni Battista della Pala di Gradara. Ma si relaziona ancora meglio, nella posa, nei panneggi e nel volto, con figure del Santi più peruginesche, quelle presenti nell’affresco della Cappella Tiranni della chiesa di San Domenico a Cagli (Bernardini 2018), che si possono datare, prendendo per buona l’interpretazione di Cecilia Prete (2018), ai primissimi anni ’90 del ‘400. Cronologia valida anche per il dipinto in esame.